Comune di Oliveto Lucano

Da Visitare

Pubblicata il 14/10/2016

Il paese,un tempo di grandi dimensioni in quanto comprendeva Calciano e Garaguso come sue frazioni, è oggi un piccolo borgo incastonato nella foresta di Gallipoli-Cognato. In posizione panoramica sulla sottostante valle, Oliveto Lucano guarda dall’alto le pianure della magnagrecia. Percorrere gli stretti vicoli del centro storico è come ritornare ad un passato che profuma di gelsomino e ginestre, accompagnato dal suono di una zampogna e da antichi canti che provengono dalle cantine che si aprono lungo corso Garibaldi e che vale la pena visitare come dicono i portoni finemente intarsiati dai maestri d’ascia olivetesi tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900.

 

Chiesa Maria SS. delle Grazie (matrice)


La cinquecentesca matrice è in stile romanico. Da alcune fonti documentali si evince che fu edificata nel 1572 circa. Vi si accede da un'imponente scalinata. L'edificio è costituito da un corpo centrale sopraelevato rispetto alle due ali laterali, ribassate.Il portale lapideo, rettangolare, è affiancato da uno più piccolo sull'ala destra. Due piccole monofore circolari alla sommità dei corpi laterali, spezzano la semplicità del prospetto.Diviso in tre navate, con soffitto piatto, l'edificio sacro possiede tre altari realizzati in bronzo dedicati a diversi santi. La zona absidale conserva un altare del XVI secolo in legno dipinto, sormontato da un Tabernacolo in bronzo lavorato a cesello e con una mensa decorata da un bassorilievo dell'Ultima cena in ottone. Sulla parete campeggia il dipinto raffigurante la Madonna delle Grazie, cui la matrice è dedicata, tra i Santi Cipriano e Francesco eseguito probabilmente da un pittore della scuola napoletana nel 1.500. La cornice baroccheggiante che lo circonda ha alla base due stemmi nobiliari e, in alto, la raffigurazione dell'Eterno Padre. Nell'edificio si conserva un crocifisso ligneo dipinto (XVIII secolo) posto nella prima cappella della navata di sinistra. L’altare della stessa cappella ha una mensa decorata con bassorilievi d'ottone raffiguranti Cristo e Pilato, la Crocifissione e la Deposizione. Il tabernacolo, circondato da dodici croci, è decorato con la Resurrezione e la figura di due putti. Nelle nicchie della seconda e terza cappella sono ospitati la statua lignea di San Cipriano del 1.700 e una statua lignea di San Rocco. Degno di menzione è la fonte battesimale, su cui spicca la statua in legno di San Giovanni Battista (XVIII secolo), e un'acquasantiera in pietra realizzata da scalpellini locali, nel 1.700. Infine un bell’olio, attribuito con grande probabilità a Leonardo Castellano,campeggia sul portone d'ingresso. La canonica è stata costruita negli anni Cinquanta del Novecento al posto del preesistente Palazzo Duca1e annesso alla matrice, distrutto successivamente al secondo conflitto mondiale. 
 

Cappella di Piano di Campo


La chiesa si trova il località Piano di Campo, ove una volta vi erano le ultime terre del Duca, sorge sul sentiero 504, punteggiato di appoggi, utilizzati un tempo per poggiare la statua della Madonna durante la processione. Le sue origini (XVII secolo) sono legate alla leggenda dell'apparizione della Madonna in quel punto. E' una piccola chiesa con tetto a volta. La facciata principale ha un portale rettangolare sorretto da finte paraste scanalate e sormontato da un timpano con rilievo centrale. Al di sopra si apre una monofora rettangolare che dà luce all'aula. Ai lati del prospetto vi sono delle finte colonne decorative. L'interno custodisce la statua in legno raffigurante Sant'Antonio Abate, protettore degli animali. E' stata realizzata in Trentino alla fine del secolo scorso in sostituzione della precedente di cartapesta. 
 

Monumento ai caduti


E' una moderna opera (XX secolo) realizzata dallo scultore Romano, vuole essere un monumentale riconoscimento ai caduti di tutte le guerre come la lapide marmorea murata sulla facciata della originaria Residenza Comunale, ora albergo, che fu il primo segno tangibile di riconoscenza ai caduti della Grande Guerra sorto nella Provincia. 
 

Portoni e Portali


Camminando per le strette vie del centro antico di Oliveto il visitatore attento rimane incantato di fronte ad una serie numerosa di portoni e portali che si sono meravigliosamente conservati nel tempo, sopravvivendo alla modernità. La loro bellezza è preziosa testimonianza di una tradizione ormai scomparsa e di un passato che, vivo nel ricordo dei più anziani del paese, può essere solo vagamente immaginato da chi oggi, incuriosito, si ferma ad osservarli. Posti all’ingresso delle cantine, i portoni avevano oltre che un valore pratico, un significato estetico. Oggi molti di questi portoni che sintetizzano arte, cultura e tradizione sono stati sostituiti dalle saracinesche, ma quelli che sono rimasti sono interessati da un restauro conservativo che vorrà farli apprezzare in modo adeguato al loro importante ed inestimabile valore storico-artistico. Lavorati in modo raffinato, sono stati costruiti da artigiani locali detti Maestri d'Ascia, su commissione di famiglie solitamente benestanti nel periodo compreso tra la fine dell’800 e l’inizio del 900. A quei tempi la realizzazione di un portone richiedeva un lungo ed accurato procedimento. Dalla scelta del legno ai ritocchi finali della porta ormai ultimata trascorreva un periodo variabile da una settimana a 20 giorni; ma soprattutto l’opera esigeva perizia e una abilità da parte dell’artigiano. Era innanzitutto necessaria una indubbia competenza tecnica a partire dal tipo di legno da utilizzare. Si sceglieva prevalentemente il legno noto, un tipo di quercia tipica della zona, perché risultava il materiale più adatto per la realizzazione di un portone: infatti è molto resistente all’acqua e all’umidità e dunque ottimo per l’esterno; ma veniva adoperato anche il legno di castagno o di cerro che possiede caratteristiche simili. Il legname necessario era reperibile nei boschi che attorniano il paese, specialmente in quello comunale. Per ottenere la qualità migliore del legno, gli alberi venivano tagliati in un periodo specifico dell’anno: nella seconda metà del ciclo lunare di gennaio, oppure di agosto, poiché è in questi periodi che la vegetazione è assente. Il taglio avveniva con l’accett e con una particolare sega detta strung; i tronchi erano poi sfaccettati, tagliati con un’altra sega, la travana, e ridotti in lunghe tavole. Queste, successivamente, esposte al sole durante il giorno, e riportate pazientemente all’interno, durante la notte, venivano fatte stagionare e disidratare. Occorrevano complessivamente circa cinque tronchi, di cui almeno due per il solo telaio. Una volta conclusa questa procedura, le tavole erano pronte per la lavorazione. Il falegname tagliava, piallava, intagliava, rifiniva: le forme dei portoni non erano fisse e ripetitive, ma cambiavano secondo le esigenze combinate con la fantasia del maestro d’ascia stesso. Occorreva distinguere, infatti, il portone di accesso diretto all’abitazione da quello che si apriva sulla corte privata, dal portone destinato alle cantine (e che quindi doveva assicurare la giusta ventilazione, dosando la luce per non alterare il vino), da quello cieco del magazzino o del cortile di uso comune. Nella parte alta erano apposte le cifre del cliente che lo aveva ordinato e, nel caso di famiglie importanti, un sapiente lavoro di intaglio e cesello realizzava lo stemma. Seguiva solitamente l’anno di “fabbricazione”. Pesanti cerniere in ferro battuto, fregi diversi, borchie in metallo e chiodature concorrevano a rendere l’opera solida e sobria. La fantasia del falegname si sbizzarriva poi nei particolari arricchendo i riquadri di cornici e di motivi floreali o figure geometriche realizzate sia ad intaglio che ad incastro. Non meno impegno veniva richiesto se l’opera era destinata ad un portale ad arco per conferire la giusta armonia agli elementi della mezzaluna. Immancabile ai piedi del portone il foro perché il gatto di famiglia - presenza quanto mai utile per scongiurare altre presenze per nulla gradite sia in casa che nei magazzini - fosse libero nel suo andirivieni. Una volta dotati di serratura di sicurezza, i portoni venivano muniti di un lucchetto particolare, fatto anch’esso artigianalmente, il cardo, fissato alle due ante delle porte con due chiavistelli, in cui si inseriva la chiave. Serviva a dare maggiore protezione in caso di assenza più o meno prolungata dei proprietari. Le porte, ormai terminate, erano verniciate con olio di lino che dava un colore più naturale ed era più adatto per proteggere il legno dalle intemperie. Un intenso lavoro, dunque, per realizzare un portone, il cui prezzo, comprendente il materiale e la manodopera, si aggirava tra le 50 e le 150 lire (valore dell’epoca). La zona ove sono presenti i portoni è quella di Corso Garibaldi, Via Salita Aspromonte, Vico Granelli dei Fiori.
 

Parco di Gallipoli - Cognato e delle piccole Dolomiti Lucane


Il comune di Oliveto Lucano, insieme a quelli di Accettura, Calciano, Castelmezzano e Pietrapertosa, è inserito nel vasto territorio del Parco di Gallipoli-Cognato e delle piccole Dolomiti Lucane. Vi sono una fitta rete di sentieri che lo collegano agli altri comuni dell'area protetta. Percorrere questi sentieri incontra la soddisfazione dei più esperti escursionisti ma anche quella degli amanti delle semplici passeggiate per vivere un contatto diretto con la natura più inviolata. Le stagioni primaverili ed autunnali sono senz’altro le più indicate per una visita al Parco grazie al clima mite di queste zone, mentre l’estate ci regalerà la frescura dei boschi di cerri nelle parti alte del Parco. Le escursioni potranno svolgersi a piedi, a cavallo o in mountain bike, usufruendo tra l’altro delle strutture ricettive dei Comuni del Parco e godendo appieno dell’ospitalità tipica degli abitanti di questo meraviglioso angolo della Lucania.

Siti Archeologici

 

Sul finire dell'800 videro la luce numerose cinte murarie in blocchi ben squadrati e con perfetta isodomia e qualche volta formate da blocchi irregolari, denominate, per lungo tempo, mura ciclopiche. Queste scoperte abbracciavano tutta l'Italia centrale e meridionale e tra queste, nell'area lucana, vennero pubblicate da M.Lacava e da altri studiosi anche quelle di Croccia-Cognato, come le altre rinvenute a Cersosimo, a Raja S.Basile, nell'agro di Muro Lucano, anche queste di Croccia - Cognato furono considerate molto antiche. Si è pensato, come fece il Lacava, di considerarle addirittura di età preistorica, collegate alla vita civile e militare degli Enotri, la prima popolazione conosciuta in questa parte dell'Italia meridionale. In seguito agli scavi di Torretta di Pietragalla,di Serra di Vaglio, di Civita di Tricarico e specialmente di Torre di Satriano, questa datazione così alta fu portata al periodo lucano e precisamente alla seconda metà del IV secolo a.C.. Altri studi più recenti e più approfonditi hanno portato alla conclusione che anche questa fortificazione, come le altre sopra menzionate, dev'essere attribuita a quel personaggio lucano vissuto nella seconda metà del secolo IV e che ha rivestito, a seconda degli avvenimenti, il titolo di arconte o di basileus ed a noi conosciuto con il nome di Nummelos. Dalla fine dell'800 ad oggi è stata restaurata gran parte delle mura che potranno ammirarsi grazie ad un viottolo pedonale sistemato sul lato esterno. Inoltre, sono state portate alla luce alcune sepolture che hanno restituito vasi, suppellettili in ceramica decorata, armi, ornamenti usati dai guerrieri e orpelli femminili. Inoltre, in un anfratto scavato nella roccia sono state rinvenute tracce di bivacchi e ossicini di animali risalenti all'età mesolitica (1.200 - 8.000 a.C.). 


Tempa Cortaglia


Nello strato più antico del sepolcreto si sono trovati oggetti di pietra ritoccata o levigata, di tecnica molto progredita, e ceramica di rozzo impasto, che possono risalire all'eneolitico o all' età del bronzo. La ceramica più avanzata, appartenente all' età del ferro, è d'impasto alquanto depurato, e le forme dei vasi, che servivano per lo più da ossuari, sono quasi sempre rotondeggianti o biconiche. Questi ultimi si possono paragonare alla forma tipica dell'ossuario di Villanova. Il confronto topograficamente più vicino è quello con i vasi della stessa forma provenienti da Torre del Mordillo (Cosenza) nel territorio dell'antica Sibari, ma esso deve limitarsi alla sola tettonica del vaso, perché quest'ultima necropoli era a inumazione, e i vasi biconici servivano solo di corredo. Dentro un piccolo cinerario di forma rotondeggiante si trovarono frammenti di ossa tubolari di bambini, e molti sono gli avanzi di sostanza organica carbonizzata rinvenuti nella necropoli.
 

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